© ri - Africa 2009

Il lavoro ri-Africa è un progetto che tratta, in modo originale ed intelligente, uno degli aspetti più visibili del fenomeno dell’immigrazione oggi in Italia. Questione di grande attualità, ormai al centro del dibattito sociale e politico, ma spesso trattata in maniera drammatica o astratta, riducendo allora le persone a cifre e statistiche.

Con sensibilità e con un procedimento in apparenza semplice, Claudia Romiti, ci confronta a una realtà che spesso guardiamo senza veramente vedere, riducendo così i venditori ambulanti incrociati quotidianamente, a una sorta di figure rappresentative, prive di un’identità propria. Richiamandosi alla storia della fotografia di studio ed alla tradizione del ritratto posato, in Africa ancora attuale, l’autrice utilizza il paesaggio come un fondale davanti al quale i personaggi si succedono.

Dispositivo estremamente efficace e necessario per obbligarci a visualizzare i soggetti fotografati. Contestualmente i suoi personaggi, Claudia Romiti ne racconta il presente e al tempo stesso li fa uscire dall’anonimato ridando ad ognuno di loro un’identità.


Laura Serani   2009

Presentazione

“Camminano. Vanno di qua e di là, indaffarati, assorti in chissà quali pensieri, inseguendo chissà quali sogni, chini sotto il peso della mercanzia esibita come un trofeo o indossata come un cilicio, messaggeri della sottomarca. Il paesaggio dietro di loro è sempre lo stesso, definito in orizzontale da tamerici incolti e chiuso ai lati da due quinte formate da sparuti pini marittimi. È dipinto o è vero? Se fosse un fondale dipinto, le persone in primo piano sarebbero attori o comparse. Ma nel caso di una scena reale, di un paesaggio vero, si tratterebbe invece di ritratti? Di ritratti in posa, quindi? O si tratta invece di immagini di strada e dunque di fotografia istantanea? Ma allora perché il paesaggio che si staglia dietro a questi viandanti è così chiaro, quasi scolorito? Strana faccenda.


I colori del paesaggio-fondale appartengono a tutti gli effetti alla grande famiglia delle scene di genere e dei ritratti in posa, di quelli che si scattavano negli studi fotografici occidentali con il dipinto paesaggistico tanto usurato dal tempo da essere appena visibile. Questi viandanti coloratissimi presentano tuttavia delle affinità con la fotografia di ritratto africana, fresca e perfetta nella sua funzione simbolica, una ritrattistica straordinaria che solo da un paio di decenni conosciamo e apprezziamo. Le abbiamo presenti le sontuose immagini di Seidou Keita? E quelle di Malick Sidibé? Persino nelle fotografie in bianco e nero di Sidibé i colori saltano fuori dalle immagini come animali in corsa. Questi ritratti potrebbero benissimo far parte della stessa tradizione africana, malgrado o forse grazie al fondale scolorito, ma di certo non finiranno negli album di famiglia africani perché non è così che questi slanciati postini dell’accessorio vogliono essere visti.

Se guardo ciò che già so con la testa, penso quindi in modo del tutto razionale che si tratta di fotografie prese in diretta e in esterni. E, poi c’è quel che si chiama il vissuto: qualche estate sulle spiagge italiane e il ricordo di servizi fotografici realizzati sugli extracomunitari che ho visto pubblicati sui settimanali, mi fanno pensare senza ombra di dubbio che si tratta qui di ambulanti che passano i mesi estivi camminando lungo le coste italiane per vendere le vere false borse ai finti ricchi. Solo dopo aver parlato con l’autrice, prevale però la certezza che si tratta di fotografie di strada.


Claudia Romiti  ha successivamente schiarito in postproduzione i toni del paesaggio per aumentarne la distanza dai personaggi e sottolineare la contraddizione tra i colori sgargianti e la neutralità del luogo. Lo sfondo paesaggistico così trattato ha assunto l’aspetto di una tela dipinta usurata dal tempo. Mentre il paesaggio diventa accessorio, emergono i volti, le posture, l’eleganza del passo, risalta di più la pregnanza della merce baluginante. Da rubata la fotografia passa a “quasi” ritratto fotografico in posa. È questo “quasi”, questo stare tra due modi di guardare che mi fa oscillare tra l’impressione di essere davanti a una fotografia di set o a un’istantanea e che mi obbliga paradossalmente a riflettere sul conformismo della mia percezione davanti alle immagini. Si tratta forse di reportage, o, sennò cos’è?


Questo “quasi” mi obbliga a prendere atto delle persone fotografate: sono davvero lì, come veri, verissimi sono gli oggetti che li addobbano come alberi natalizi. Uomini e cose sono passati davvero in quel luogo e davvero erano circonfusi da un’aura di colori saturi. E così sono rimasti nella rappresentazione fotografica mentre quel posto che era tanto denso di effetto di realtà si appiattisce ora senza profondità e senza forza, trasformandosi in un luogo virtuale. Anche gli ambulanti sembrano veleggiare sul suolo perché hanno ombre più chiare rispetto all’incidenza della luce, Deve essere da questa discrepanza tra l’effetto di realtà delle persone e l’effetto di irrealtà del paesaggio che nascono le mie domande.

Chi sono questi neri? Cosa fanno? Dove vanno, da dove vengono?

So che sono vu cumprà, come si diceva un decennio fa, senegalesi come si dice oggi, venditori ambulanti come si dovrebbe dire usando un termine corretto, intendo “politicamente corretto”. Extracomunitari, già. Metto così a tacere ogni curiosità.

Appaiono la mattina e scompaiono la sera. Passano d’estate e se ne vanno come le cicale: di loro non so e non saprò null’altro. Nella realtà io non li ho mai visti in faccia come faccio ora davanti a queste immagini, e se l’ho fatto me ne sono dimenticata, presa com’ero dall’occhiale finto Cavalli.

Che ore sono? Non lo so. Dov’è questo posto? Non lo so. Di quanti tra quelli che ho visto sulle spiagge conosco i nomi? Non ne ricordo uno. E che ne so delle loro vite? Poco, nulla.

Queste immagini mi disturbano perché mi fanno vedere la mia cecità.

Impressione pregnante d’isolamento di questi esseri erranti in un limbo spaziale e temporale davanti a un paesaggio evanescente, inconsistente, ubiquo.

A loro volta questi venditori stagionali si dimenticheranno delle nostre facce. Perché noi per loro, chi siamo? Chissà che idea si fanno di noi mentre ci passano in rassegna, loro deambulanti e coperti, noi sdraiati e vestiti di un’abbronzatura sotto protezione 50. Ironia delle vicende umane.


Queste fotografie costituiranno in un futuro assai prossimo un racconto significativo della nostra società: vi possiamo leggere una riflessione del tutto attuale, una lettura politica e una messa in scena teatrale, una visione ironica e una posizione compassionevole. Inoltre, viene qui rimesso in questione il dispositivo fotografico della cosiddetta street photography: la fotografia ha qui assorbito gli effetti di realtà e di irrealtà fluttuanti che collocano il modo di operare della Romiti nel territorio della fotografia di reportage e nello stesso tempo in quello della fotografia di ricerca; ambiguità che l’autrice ottiene agendo sulla sola derealizzazione del contesto, evidenziando in questo modo l’incongruità della relazione tra la presenza di queste persone sul nostro territorio e la percezione che ne abbiamo. È un lavoro di frontiera che nasce da un’operazione tecnicamente semplice ma esteticamente complessa e che richiede senso della distanza in fase di ripresa e senso della misura in postproduzione, consapevolezza dell’effetto straniante che dal fondale-paesaggio si stende su tutta l’immagine e coscienza di quanto patetico sia questo viavai ininterrotto. Claudia Romiti sta in bilico tra la documentazione e l’interpretazione visionaria, unisce alla riflessione socio-antropologica un’empatia proposta con leggerezza, quasi en passant, formula una denuncia e lo fa con garbo.”


Silvana Turzio  (Giornalista, Critica)


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