....l'uomo non possiede già, tutt'intera la verità, altrimenti non la cercherebbe e neanche la ignora completamente, ma la porta con se a titolo di "ricordo" , ovvero sotto forma di un patrimonio che egli è impegnato ad esplicitare all'infinito.

Platone


Cerco di ricordare qualcosa, il ricordo però è molto vago, a volte confuso altre senza alcun senso apparente...
mi pare di ricordare che i sogni sono più definiti della realtà che stò esplorando, osservando.

Vedo in tutto questo un filo, il filo scorre passando anche dalle mie mani ed ho la tentazione di afferrarlo di aggrapparmi, ma poi mi rendo conto che non posso farlo.

Prenderlo significherebbe arrestare il processo della vita della trasformazione, poiché esso è ordine e disordine è tutto ciò che crea e che distrugge ed io sono parte di quel tutto che muta per mezzo di esso.


Claudia Romiti

Del suo lavoro Claudia Romiti dice di cercare di esprimere il concetto di trasformazione e per non perdersi in questa ricerca il suo istinto la porta ad aggrapparsi a qualcosa.
Quindi il filo sostiene l'opera e ancora la sua ricerca alla realtà, ma il titolo Verso l'Iperuranio suggerisce anche che il filo, sta nel mondo delle idee, immutabili e perfette raggiungibili solo dall'intelletto. Tanto è che il filo occupa la parte superiore dell'immagine su sfondo scuro o chiaro staccato da quella inferiore dove si raffigura una scena reale.
Il filo parte da gomitoli, forma che suggerisce la necessità di tenere in ordine: si riaggomitola un filo perché sia più facilmente utilizzabile in modo che non si arruffi e annodi; da grovigli di materiale vario intrecciati in modo confuso; da un intrico di piccoli arbusti casualmente ordinato da una distesa di sabbia; dalla serialità dei loculi di un cimitero resi disordinati dalla ripresa notturna che evidenzia solo quelli con il lume acceso.
Il filo, a contraddire tutto ciò, parte anche da un'immagine pulita e geometrica. Mettere ordine, classificare è una tentazione alla quale l'essere umano non sfugge, raggruppare, elencare fino a inserire il mondo in un unico codice. Anche Claudia Romiti non resiste a questa tentazione ma sa anche bene che la confusione, lo scompiglio sono parte essenziale della nostra esistenza. Si trova questa tensione anche nelle immagini più descrittive dove il disordine è l'elemento centrale e la baraonda di segni contenuti nell'opera ci spinge con curiosità a cercare, a frugare per isolare ogni singolo oggetto rappresentato. Quando infine si arriva ad una fotografia precisa, accurata ci rendiamo invece conto che nasconde evidenti dissonanze.
Ci viene suggerito di non fermarsi all'apparenza e di operare una distinzione fra gli effetti immediati ed elementari, che suscitano in un primo momento queste immagini, e una visione frutto di un'esperienza complessa che richiede che la vista sia solo uno dei sensi che usiamo per accostarsi al lavoro.

D'altra parte l'idea di appendere suggerisce immediatamente la figura dodici degli arcani dei Tarocchi, l'appeso, che segna una tappa importante nel cammino dell'iniziato. Fino all'arcano undici, la forza, si attua l'iniziazione attiva maschile e con l'appeso si entra in un campo completamente diverso che è quello dell'iniziazione passiva o mistica femminile; l'iniziato invece di comportarsi come centro d'azione autonomo, si apre alle influenze esteriori. L'apparente inattività dell'appeso indica fra l'altro che è necessario sapersi fermare, vedere la realtà in modo diverso e rappresenta la trasformazione interiore.
L'appeso è inoltre la carta che più si presta ad essere osservata capovolta, dove è evidente che ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto e viceversa.


©Vittoria Ciolini, Critico - Dryphoto Arte Contemporanea
Prato, 2009

Presentazione

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